giovedì 7 agosto 2014

SPAGNA. POLITICHE ECONOMICHE E PRECARIZZAZIONE DELLA VITA. R. PELLEGRINO, Se Roma piange, Madrid non ride Il grande bluff della ripresa spagnola, L'ESPRESSO, 7 agosto 2014


Dopo una prolungatadoppia recessione, la Spagna sembra aver svoltato l'angolo. La crescita è ripresa e la disoccupazione è in calo. L’ha scritto nel suo rapporto conclusivo della missione dimonitoraggio a Madrid “Articolo IV” il Fondo monetario internazionale, aggiungendo che: «Le condizioni finanziarie sono drasticamente migliorate, con i rendimenti del debito sovrano ai minimi, una solida ripresa degli investimenti aziendali e un inizio di ripresa per i consumi privati». Secondo i dati dell’Fmi, la Spagna è uno dei Paesi a maggior ritmo di crescita tra i malati d’Europa, con il suo invidiabile 1,2%, contro le stime che ottimisticamente parlavano dello 0,6%, mentre l’Italia è condannata a un Pil in calo dello 0,2, il peggior dato dal 2000.


Così, se il premier Renzi e il ministro dell’Economia Padoan non sorridono, gongola, invece, il Governo di centrodestra guidato da Mariano Rajoy: da quando si è insediato nel 2011, la disoccupazione si è ridotta dai 5 milioni ai 4,4 di fine luglio. Con buona pace di tutti i suoi detrattori, dai socialisti agli indignados e a tutte le parti sociali, che per mesi hanno portato la protesta in piazza, criticando la sanguinosa cura dimagrante imposta ai conti pubblici. Ma a guastare la festa del Partito popolare iberico, ci ha pensato Roberto Centeno, professore d’Economia alla Complutense di Madrid e firma prestigiosa del quotidiano El Confidencial. Centeno, partendo dalla considerazione che un tasso del 25% di senza lavoroè una vergogna, ha svelato il trucco utilizzato dal premier per contare i disoccupati. «Il metodo considera che si crea un nuovo posto di lavoro se si perde un posto di lavoro di 40 ore e se ne creano due di 10 ore. E allora dicono che la situazione è migliorata, quando è esattamente l'opposto».

Con tale stratagemma si sono prodotti 402.400 posti di lavoro, ma in realtà sono 61 mila se le cifre sono “destagionalizzate” e «si correggono le bugie sulla popolazione attiva», scrive Centeno. E aggiunge: «Il numero di ore totali di lavoro è sceso di 3,8 milioni, cosa che, insieme allaprecarietà e ai salari da miseria, sta portando la Spagna verso il Terzo Mondo, verso una società duale: una elite sempre più ricca, una burocrazia gigantesca di raccomandati dipendenti del regime e la maggior parte della popolazione impoverita e indebitata».



L'Italia torna in recessione

Nel secondo trimestre 2014 il Pil scende peggio del previsto: meno 0,2 per cento



Oggi in Spagna ci sono 2,5 milioni di persone senza alcuna speranza di tornare al mercato del lavoro, denuncia l’economista Centeno. «Sono iparia di questo regime oligarchico, che spreca decine di migliaia di milioni nel salvare inetti e corrotti e taglia le borse di studio e le mense, condannandoalla fame e alla denutrizionecentinaia di migliaia di ragazzi. Porta alla povertà il 30% dei bambini e getta letteralmente per la strada 2,5 milioni di persone».

E non se la passano meglio i nuovi occupati, sempre sul filo della  precarietà. «I nuovi occupati hanno salari intorno ai 500 euro e un laureato su tre (all'interno del 50% che ha la fortuna di non essere disoccupato, ndr) esercita un lavoro per il quale non è necessario alcun titolo. L'impressione è che la deriva del mercato del lavoro in Africa, inizi dai Pirenei».

La Spagna di Rajoy è oggi in testa a qualunque classifica europea per disuguaglianze tra ricchi e poveri, per precarietà, per povertà infantile, per fallimento scolastico, per persone disoccupate senza alcun sostegno economico. Nelle sue severe considerazioni, Centeno parla non solo di Spagna, ma anche di Italia, testimoniando la continua perdita del potere d'acquisto della classe media negli ultimi trent'anni: «Fino alla fine degli anni 70 le famiglie in Spagna e in Italia vivevano col solo reddito del capo famiglia, sufficiente per garantire la dignità della casa, buoni studi per i figli che avrebbero poi trovato un lavoro migliore di quello dei genitori. Ora non è più così».

Spagnoli e italiani, non solo cugini per lingua e culture simili, sono ora fratelli nella crisi economica. Soprattutto tra i giovani. La Spagna nei suoi cinque anni di feroce crisi economica ha visto disintegrarsi l’edilizia che, da sola, costituiva il 18% il Pil: gli effetti sull’indotto e sul tasso di disoccupazione sono stati drammatici. Nella “Piel de Toro” un anno fa la disoccupazione era al 26,1% contro il 12,9 dell’Italia che, però, conta su una popolazione di 60 milioni contro i 46,5 della Spagna. Oggi il tasso iberico è sceso al 24,9%, quello italiano al 12,3, ma preoccupa la metastasi dei giovani senza lavoro in entrambe le sponde del Mediterraneo. In Europa l’Italia è al terzo posto per la disoccupazione giovanile (under 25) con il 42,9%, dietro a Cipro (43,2%), ma è sempre la Spagna in vetta con il pesante 53,9%. E in alcune regioni meridionali il tasso supera il 70%. In pratica 8 spagnoli su 10 (di età tra i 18 e i 24 anni) sono senza lavoro. Scompare, così, “la generación de los mil euros”, detti anche “mileuristas” che campavano con mille euro al mese. Ora in Spagna, esiste la generazione dei “Ni-ni”, ovvero di chi “ni estudia ni trabaja”, non studia e non lavora. Un esercito di 900 mila persone, pari al 23,1% della popolazione giovanile. La Spagna è sempre più un paese per giovani. Disoccupati.

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