Un capitolo del libro di Mario Tronti “Dello spirito libero” dal titolo “Homo ethicus-oeconomicus” mi ha spinto a chiedermi se, alle origini, il capitalismo non abbia seguito, o sia stato costretto a seguire, finalità sociali piuttosto che quella strada più impervia e crudele dell’interesse egoistico privato.
Il capitolo è dedicato a Adam Smith il quale, prima di scrivere un classico dell’economia moderna, “La ricchezza delle nazioni”, si era occupato di filosofia morale pubblicando, nel 1759, la “Teoria dei sentimenti morali” che precedette di 17 anni la sua opera più famosa.
Tronti sostiene che Smith parta dalle due concezioni antropologiche allora a disposizione della cultura britannica del tempo: quella negativa che fa capo a Hobbes e Mandeville; quella positiva che ha come nomi di riferimento Hutcheson, Shaftesbury e Hume.
Rispetto alla cruda verità della prima (la guerra di tutti contro tutti può essere mitigata da un altrettanto terribile Leviatano), Smith preferisce la seconda che gli appare più utile: solo in un contesto di ragionevole coesistenza di “bene pubblico e felicità individuale” l’industriosità umana può meglio svilupparsi. Tuttavia queste due concezioni, alla fine, coesistono e “l’economista non solo ripudia il filosofo, ma quella filosofia si colloca alla base della sua economia”.
Tronti sottolinea il fatto che la famosa immagine della “mano invisibile” compare, prima che nel testo economico, in quello di filosofia morale, laddove si dice che i ricchi, alla fine, si trovano a “dividere con i poveri i prodotti di tutti i miglioramenti conseguiti. Da una mano invisibile sono guidati a fare quasi la stessa distribuzione dei beni necessari alla vita che sarebbe stata fatta se la terra fosse stata divisa in parti uguali fra tutti i suoi abitanti, e così, senza volerlo e senza saperlo, promuovono gli interessi della società…nel benessere del corpo e nella pace della mente, tutti i diversi ceti sono quasi allo stesso livello: il mendicante che si crogiola al sole, a lato della strada maestra, possiede la sicurezza per la quale combattono i re”.
Alla base della concezione smithiana c’è, dunque, l’idea di un ordine spontaneo, un kosmos sociale e politico, autoregolato e in sviluppo che ci porterà dalle parti delle teorie dell’austriaco von Hayek.
Armonia prestabilita? Certo “secolarizzazione di concetti teologici, anzi, vera e propria teologia economica” chiarisce Tronti che sappiamo essere stato grande studioso di queste relazioni fra teologia, politica e economia.
Ci sarebbe, fra interessi e passioni dell’individuo, da un lato, e ragioni e interessi sociali dall’altro un (misterioso?) corridoio che li mette continuamente in comunicazione fra di loro come, più estesamente ancora, è chiaro il rapporto, che giustifica e richiede i sacrifici del singolo, della comunità, dello stato, con la volontà di Dio che presiede alla realizzazione costante del bene universale sovrasensibile, più importante di ogni bene terreno e sensibile.
Smith concepisce le sue idee economiche all’ombra della sua teoria morale, a sua volta ispirata da evidenti riferimenti religiosi?
“Smith non è, poi, un autore che glorifichi il capitalismo, come spesso viene affermato. Arrighi tende molto a sottolineare la sua sostanziale contrarietà ai principali elementi teorici che gli vengono attribuiti, e cioè: 1. Il capitalismo non ha bisogno, ed anzi deve allontanare da sé lo Stato (Smith come primo teorico del liberismo). 2.Il capitalismo produce ricchezza all’infinito senza alcun limite 3. Smith non solo descrive il sistema di divisione del lavoro a “fabbrica di spilli” ma ne è anche un entusiasta sostenitore.
Sul primo punto Arrighi ricorda come nella Ricchezza delle nazioni Smith parla appunto della ricchezza delle nazioni, e cioè della ricchezza che le nazioni si procurano al fine di accrescersi e rafforzarsi. L’interesse di Smith è prettamente politico, e cioè come produrre una maggiore ricchezza spendibile per la nazione. Smith è inoltre l’ultimo dei pensatori economici che si sono illusi sulla forza del capitalismo. Al contrario: per Smith la concorrenza generata dall’intensificarsi dell’attività economica genera inevitabilmente un calo drastico dei profitti generali, ed il monopolio non è mai la soluzione nella misura in cui impedisce appunto l’aumento dell’attività economica (con cui la concorrenza sta in un circolo virtuoso). Inoltre, è opinione di Smith che la mancanza di concorrenza rafforzi eccessivamente il potere dei singoli capitalisti in termini economici ed anche politici: dal momento che su questo nessuna mano invisibile può esistere, è necessario che lo Stato intervenga mantenendo un adeguato livello di libera concorrenza ma non, come si dice oggi, per liberare il mercato, quanto per incatenarlo ad una legge che indebolisce i capitalisti, nella misura in cui, secondo Smith, concorrenza significa sempre bassi profitti per i capitalisti singoli. Vi è insomma una decisiva nota tragica nell’analisi di Smith del capitalismo”.
Questa lunga sintesi (Paolo Missiroli, L’ascesa cinese: “Adam Smith a Pechino” di G. Arrighi, Pandora rivista, 2017) del pensiero di Smith, come si vede sfata molti luoghi comuni legati a questo autore. E’ Giovanni Arrighi a rendere giustizia a Smith sottraendolo, per così dire, a quella vulgata che lo aveva iscritto nel gruppo di teorici del liberismo più o meno selvaggio. Il capitalismo è, addirittura, assegnato, da Smith, ad un curioso e imprevedibile destino tragico. Forse l’aspetto più singolare di questa interpretazione smithiana, che Arrighi utilizza per spiegare le caratteristiche del capitalismo cinese, è quella che riguarda il ruolo dello stato, da sempre visto nella tradizione liberista come l’ostacolo principale al libero dispiegarsi degli spiriti animali. Ebbene, Smith è del parere che, grazie allo stato, da un lato non si dà la possibilità ai singoli di arricchirsi oltre misura costituendo monopoli; dall’altro è proprio lo stato a garantire che l’interesse più importante sia l’interesse della nazione e non dei singoli.
In una recensione al volume curato da P. Ciocca e G. Nardozzi, Il pensiero economico nell’Italia repubblicana, Massimo De Carolis si sofferma su un team di economisti, due italiani (P. Garegnani, L. Pasinetti) e una inglese (J. Robinson), che, in polemica con le posizioni della scuola americana di Cambridge Massachusetts, “mise a nudo le incoerenze logiche e i presupposti irrealistici su cui poggiavano i modelli di impostazione neoclassica e marginalista ampiamente dominanti in tutto l’Occidente”. Questo team dimostrò come la distribuzione della ricchezza non potesse scaturire da qualche automatismo impersonale prodotto dalle sole forze di mercato, ma che avesse bisogno di forme di intervento capaci di rendere efficiente ed equo il sistema a beneficio della prosperità di tutti come aveva sostenuto Adam Smith.
Con una citazione del quale si chiude la recensione: “Nessuna società può essere fiorente e felice se la maggior parte dei suoi membri è povera e miserabile”. Fra gli economisti italiani che ripresero questo principio ci fu Federico Caffè, “il nome più citato nel volume”, maestro di Ignazio Visco e Mario Draghi, per il quale “spingere l’economia verso la giusta sintesi di efficienza e equità non era un obiettivo riservato solo all’apparato di governo, ma toccava l’intero insieme delle istituzioni disseminate nella società civile, senza pregiudiziali”.
Fabrizio Onida scrive l'ennesimo articolo sulle ragioni della crescita della diseguaglianza in giro per il mondo. Fra i motivi ricordati troviamo la graduale scomparsa dei regimi progressivi di imposizione fiscale (vigenti per gran parte del Novecento) a partire dal 2000, anno dal quale avrebbe inizio anche la riduzione “del consenso politico verso politiche redistributive mirate a correggere squilibri nella spesa sociale conseguente agli shocks sanitari (l’epidemia da covid) e ambientali (la cosiddetta emergenza climatica)”, politiche ormai note come neoliberali, decise, alternativamente e altrettanto notoriamente, sia da governi di centro destra che di centro sinistra.
Appare poco chiara la conclusione dell’articolo in cui si distingue fra “egualitarismo spinto” (proprio dei “regimi dittatoriali di tradizionale ispirazione comunista, come il fallito modello dell’URSS”) e "egualitarismo moderato” (proprio dei “regimi autenticamente liberali”).
Il primo avrebbe “soffocato il dinamismo della società moderna e innovativa”; il secondo, al contrario, avrebbe favorito “l’ascensore sociale senza trascurare i soggetti meno privilegiati, secondo un modello di sviluppo inclusivo che abbia al centro la crescita del capitale umano e il rispetto delle minoranze”. Il problema è, ammesso che questo modello di egualitarismo moderato sia stato davvero istituito, come mai esso sarebbe caduto così rovinosamente in disuso visto che aveva prodotto, alla fine, non solo un sistema capace di evitare il rischio nefasto del comunismo, ma anche effetti così nobili come “crescita del capitale umano, rispetto delle minoranze e sviluppo inclusivo”, una sorta di sistema sociale a vocazione woke prima dell’avvento di questa ideologia finita nell’occhio del mirino dei neofondamentalismi occidentali a conduzione trumputinista?
Tronti, Del pensiero libero, 2015
Bottos, Giordano, Intervista con M. Tronti, Pandora rivista, 2015
Tronti, Un pensiero lungo sui rapporti fra capitale e lavoro, Inchiesta online, 2011
Arrighi, Adam Smith a Pechino
Missiroli P., L’ascesa cinese: “Adam Smith a Pechino” di G. Arrighi, Pandora rivista, 2017
Spencer
De Carolis, Buone vecchie abitudini: resistere al mainstream, Alias, 9 marzo 2025
Onida F., Perché crescono le disuguaglianze?, Il sole 24 ore, 9.03.2025
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