domenica 18 giugno 2017

ECONOMIA NEL REGNO UNITO. M. BORTOLON, Altro che Giavazzi, Regno unito in rosso, IL MANIFESTO, 17 giugno 2017

Tre anni fa nella trasmissione Otto e Mezzo il noto economista neoliberista Francesco Giavazzi, dopo aver elogiato l’allora recente governo Renzi rimpolpava la discussione col suo mantra preferito: bisogna tagliare la spesa, la burocrazia, lasciare il settore privato operare senza vincoli; e citava come esempio la Gran Bretagna del premier Cameron, citando un dato di crescita del 3%.


La professoressa Mazzucato, assai meno convinta di tali dogmi, oltre a mostrare il ruolo dello Stato nei processi di innovazione (soprattutto nei «liberisti» Usa…) faceva notare che la crescita britannica era trainata dal debito, e quindi non poggiava su salde fondamenta.
Tre anni più tardi, il laburista Corbyn, rovesciando l’impostazione mercatista di Tony Blair, sfiora la vittoria recuperando quasi venti punti percentuali sui Conservatori e ottenendo un plebiscito fra i giovani (sondaggi indicano un 62-67% di votanti fra 18-24 anni per il Labour, di contro al 18-22% per Theresa May).
Forse la magnifica crescita millantata dal professor Giavazzi non è stata troppo apprezzata?
Prima di tutto il periodo della crisi non è stato brillante per il Regno Unito in termini di crescita del Pil (fonte: Fmi):
  • 2008 -0,6%
  • 2009 -4,3%
  • 2010 +1,9%
  • 2011 +1,5%
  • 2012 +1,3%
  • 2013 + 1,9%
  • 2014 +3%
  • 2015 +2,1%
  • 2016 +1,8%
Dati non disprezzabili visto il confronto con i paesi del G7 (la crescita in Gran Bretagna del 2016 è la più alta) ma che nella fase keynesiana (1948-79) sarebbero parsi un disastro…
Le prestazioni dell’economia britannica vanno viste nel quadro di un lungo processo di deindustrializzazione: il peso dell’industria in senso materiale (manifattura, minerali e simili) passa dal 32,1% del Pil (1970) al 14,7% (2013), spostando il baricentro delle attività produttive dalle zone tradizionalmente operaie ai centri più integrati con l’economia globale, in specie Londra coi servizi finanziari.
Tale processo, diventato significativo dal governo Thatcher (1979), si è rafforzato negli anni della crisi.
Nel Fiscal Sustainability Report del 2012 (conferma l’edizione 2015) la Gran Bretagna viene individuata come uno dei paesi più a rischio sul versante delle finanze pubbliche (molto più dell’Italia per esempio) per il 2009: tutti gli sforzi del governo sono volti a salvare le banche.
Così il debito pubblico sale dal 36% sul Pil arrivando all’80% (2007-16).
In questo contesto, nel 2010 sale al potere la coalizione di governo fra Conservatori e libdem.
Come è accaduto un po’ dappertutto, il ribasso dei salari viene «compensato» dall’indebitamento dei consumatori: il debito privato sale dal 95% sul Pil del 2007 (quando va al potere Tony Blair) al 160% sul Pil nel 2008, come riporta un pregevole report della Banca d’Inghilterra diffuso il 12 giugno scorso.
Nella stretta creditizia del 2009-10 ottenere prestiti dalle banche si fa più difficile e le passività private scendono al 140% per poi risalire sotto Cameron a livelli simili.
Il debito degli studenti britannici è raddoppiato in pochi anni, raggiungendo l’attuale dimensione di 128 miliardi di dollari (101 miliardi di sterline).
Appena arrivato al potere, Cameron aveva aumentato le rette universitarie, suscitando le proteste di ottobre-novembre 2010 dell’Unione studentesca.
La coalizione al potere dal 2010 ha sistematicamente rafforzato il programma laburista di far ridiventare l’educazione superiore un privilegio da pagare a caro prezzo, abolendo le borse di studio e spingendo per l’indebitamento; debito che semmai verrà ripagato da quaranta-cinquantenni, fabbricando la classe indebitata del domani.
Corbyn volgendo l’agenda politica su posizioni più radicali ha intercettato sia il voto delle classi più disagiate (che avevano votato Brexit) che dei giovani, promettendo di annullare le rette universitarie.
Meno male che non è Giavazzi il capo del Labour.

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