sabato 11 agosto 2012

LAVORO, DISOCCUPAZIONE, CREAZIONE DI RICCHEZZA. SARTORI G., Unemployment in globalized societies, IL CORRIERE DELLA SERA, 10 agosto 2012

Work and Wealth Creation. Unemployment in globalized societies

They say there’s no money. But there’s no work in the first place. What’s the connection? All through the Middle Ages till the advent of industrial society at the turn of the 19th century, wealth was primarily agricultural, and produced by farmers. With industrialization, more and more wealth was produced by machinery, manufacturers and machine operatives, the workers. Towns expanded because their wealth was boosted by craft labor and by trade, particularly in ports.
Skip down the centuries to the swinging Sixties and sociologists were popularizing the idea that industrial society was giving way to a service society. A service society that was post-industrial, based no longer on machinery and factories, but offices. The main difference between the two – as regards consequences – is that it was easier to keep your books in an industrial society. You always knew how much you had earned or lost. But books in a service society, particularly the ones that record the productivity of those services, are harder to keep. This is one reason why the services became bloated, turning into a way of mopping up unemployment, and in practice parasitical. Meanwhile, the towns grew, the countryside became depopulated and even the manufacturing workforce shrank. Could it have gone on? Perhaps, with a stable population.
But in the meantime, the gospel of globalization was being proclaimed. The global economy became a world without frontiers and the Manchester school’s dictum, “laissez faire, laissez passer,” came back into fashion. For the financial economy, this already holds true. Like it or not, financial transactions cannot help being global. But for the productive economy, the one that makes goods and assets – the economy that genuinely creates growth and wealth – this does not, and cannot, hold true.
Nowadays, most economists focus on the financial economy, the one that enriches speculators, Wall Street, the banks and in turn the economists who advise them. Let me simplify. The financial economy enables money to be earned (and lost) but of itself manufactures only paper, ultimately generating the junk paper of today’s so-called “derivatives.”
Since 1993, I have viewed globalization as a grave error for the following reason: given parity of technology (back then with Japan, but subsequently with China, India and other countries), the high labor-cost West was doomed to unemployment. The so-called advanced industrial societies would become industry-free societies. The prediction was self-evident and in fact has already come true, mainly for small manufacturers, of which there are many. The big ones – in the sense of “too big to fail” – saved their skins by inventing the “glocal” company, a special term for a part-global, part-local enterprise that splits its production to make a profit but also to rescue the more “elderly” industrial nations from collapse.
In a nutshell, the globalization of the industrial economy has cost us jobs, shifting employment to places where labor costs a fifth or a tenth as much. As I said, we can find important exceptions to this rule but the statistics speak for themselves. In five years, Italian industry has lost about 675,000 jobs and production has shrunk by 20.5% (CISL union figures).
Like all the eurozone governments that have indebted themselves beyond the bounds of legitimacy and belief, the Monti government shies away from this issue. As things stand, it could not tackle the problem even if it wanted to. The fact is that Italy has accumulated public borrowing for 123% of our GDP, our gross domestic product, to the tune of €1,966 billion. In effect, most of the country’s tax revenue has been allocated in advance to pay the interest on that debt. And if that interest rose above its present level, it would bankrupt the nation. The country also has to pay for the – too many, but that’s the way it is – public sector workers it needs. Day after day, Italy scrapes the barrel to pay its suppliers, some of them a year late. Finally, as well as the eurozone’s highest tax pressure, we have its highest level of tax evasion (Greece excluded).
But let’s look on the bright side. Let’s say that the Monti government finally manages to stop the waste and the pilfering. It would then have money, which – given the high levels of unemployment, especially among the young – it ought to invest in equally necessary public-sector projects. Even in that case, there would still be no money to invest in wealth creation and growth. Or am I missing something? Is there an economist out there who can help me get this straight?


Si dice che mancano i soldi. Ma prima di tutto manca il lavoro. Quale è il nesso?
Per tutto il Medioevo su su fino all'avvento della società industriale, a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento, la ricchezza era soprattutto agricola, era prodotta dal lavoro dei contadini. Poi, con la società industriale, la ricchezza fu sempre più prodotta dalla macchina, e quindi dagli industriali e dagli addetti alle macchine, dagli operai. E le città si ingrandirono sempre più perché alimentate (in ricchezza) dal lavoro artigiano nelle botteghe e dal commercio, specialmente nelle città marinare.
Saltando i secoli, negli anni Sessanta, che furono anni di grande euforia, i sociologi diffusero l'idea che alla società industriale stava subentrando la «società dei servizi». E la società dei servizi era, appunto, una società post industriale, non più di macchine e di fabbriche ma di uffici. La differenza più importante tra le due (nelle rispettive conseguenze) è che i conti della società industriale erano facili: sapevi sempre se e quanto guadagnavi o perdevi. Invece i conti della società dei servizi, e più esattamente la produttività dei servizi, è difficile da misurare. Anche per questo i servizi si sono man mano gonfiati molto più del necessario, diventando un rimedio per assorbire la disoccupazione, e per ciò stesso una entità parassitaria. Intanto le città si ingrandivano, le campagne si spopolavano, e anche gli addetti alla produzione industriale diminuivano.
Poteva durare? Forse a popolazione stabile sì.
Ma nel frattempo è esploso il vangelo della globalizzazione. Tutto il mondo economico diventa un mondo senza frontiere. Torna in auge la formula della scuola di Manchester: «Lasciar fare, lasciar passare». Per l'economia finanziaria è già così. Anche a non volere, le transazioni finanziarie non possono non essere globali. Ma per l'economia produttiva che produce beni e merci, e quindi l'economia che davvero fabbrica crescita e ricchezza, non è e non può essere così.
Oggi gli economisti si sono in buona maggioranza buttati sull'economia finanziaria, quella che arricchisce gli speculatori, Wall Street, le banche e, di riflesso, gli economisti che ne sono consiglieri. Semplifico così: l'economia finanziaria fa fare (e anche perdere) soldi, ma di suo produce soltanto carta, fino ad approdare, oggi, alla carta-spazzatura dei cosiddetti derivati.
Torno alla globalizzazione, che sin dal 1993 ritenni un grave errore per questa ragione: che a parità di tecnologia (già allora il Giappone, ma poi man mano Cina, India e altri Paesi ancora) l'Occidente ad alto costo di lavoro era destinato a restare senza lavoro: e quindi che le cosiddette società industriali avanzate sarebbero diventate società senza industrie. La profezia era lapalissiana, e difatti si è già avverata in gran parte per i piccoli produttori (che però sono moltissimi).
I «grandi» (troppo grandi per poter fallire) si sono salvati inventando l'azienda glocal (una parola recente inventata ad hoc), in parte globale e in parte locale, che spezzetta la sua produzione magari con profitto, ma anche per salvare dal tracollo i Paesi industriali «anziani».
In sintesi: la globalizzazione dell'economia industriale ci disoccupa, disloca il lavoro dove costa cinque-dieci volte meno. Possiamo trovare, già lo dicevo, importanti eccezioni a questa regola. Ma le statistiche parlano chiaro. In Italia l'industria ha perso, in cinque anni, circa 675 mila posti di lavoro e la produzione si è ridotta del 20,5 per cento (dati Cisl).
Ma il governo Monti - così come tutti i governi della zona euro che si sono indebitati oltre il lecito e il credibile - non affronta questo problema. Oggi come oggi non potrebbe nemmeno se lo volesse. È che noi abbiamo accumulato un debito pubblico salito al 123 per cento del Pil, del prodotto interno lordo, e cioè 1966 miliardi di euro.
Il che significa che il grosso delle entrate fiscali dello Stato è ipotecato in partenza: deve servire a pagare gli interessi su quel debito. Interessi che se salissero oltre il livello al quale sono, manderebbero lo Stato in bancarotta. Per di più lo Stato deve pagare il personale (eccessivo, ma c'è) che lo serve. E raschia ogni giorno il fondo del barile pagando i suoi stessi fornitori, a volte, addirittura con un anno di ritardo. Infine abbiamo la più alta pressione fiscale ma anche la più alta evasione fiscale (Grecia esclusa) dei Paesi euro.
Ma siamo ottimisti. Ammettiamo che il governo Monti riesca finalmente a decapitare gli sprechi e le ruberie del passato. Così si troverebbe ad avere soldi disponibili, che però (data l'alta disoccupazione, specialmente giovanile) dovrebbe investire in opere pubbliche (anch'esse, sia chiaro, necessarissime). Anche così, allora, i soldi da investire per produrre ricchezza e crescita continuerebbero a mancare. Oppure no? Qualche economista mi potrebbe aiutare a capire meglio?

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