giovedì 8 agosto 2013

TEORIE ECONOMICHE. BENEDETTO VECCHI, Le èlite rampanti dello stato debitore. Sul saggio di W. Streeck, IL MANIFESTO, 7 agosto 2013

Un avvincente racconto della controrivoluzione condotta in nome del libero mercato con un finale invito alla rivolta contro l'austerità

Il tempo guadagnato che dà il titolo al libro dell'economista tedesco Wolfgang Streeck si riferisce al tempo che ha posticipato non si sa ancora per quanto la crisi terminale del capitalismo. Inutile tuttavia attendere messianicamente il «miracolo» della sua apparizione. Per porre termine al tempo della attesa, occorre contrastare la deriva postdemocratica che caratterizza il capitalismo dopo il suo divorzio dalla democrazia a partire dalle rivolte che si succedono paese dopo paese da quasi un decennio. È questo il leit motiv di questo volume, che guarda ai tempi lunghi dello sviluppo storico, ma è consapevole che la storia non è una successione ordinata di eventi, bensì può subire accelerazione, deviazione, battute d'arresto. Quello che invoca Streeck, senza mai citarlo esplicitamente, è il tempo della rivoluzione. Solo così la gestione della crisi del capitalismo potrà smettere di occupare il centro della scena pubblica.
Il libro compie tre movimenti a partire da un assunto di base: la crisi è immanente al capitalismo. Si potrebbe dire che gli ultimi cento anni sono il secolo che hanno visto susseguirsi diversi espedienti per gestire la sua crisi. Streeck è convinto tuttavia che il welfare state e il keynesismo sono stati il tentativo più organico per fronteggiarla, salvando al contempo la democrazia, dopo che il nazismo e il fascismo hanno miseramente fallito nel rimettere in moto lo sviluppo economico. Hanno infatti portato il capitalismo sul ciglio di un burrone. I diritti sociali di cittadinanza hanno fermato la corsa verso il vuoto, garantendo non la pace sociale e l'armonia ma preziosi strumenti per governare il conflitto di classe e l'antagonismo tra interessi contrapposti. E tuttavia pone a rigorosa critica le analisi di Jürgen Habermas e quelle di Claus Offe, di ascendenza marxiane, sulla crisi degli anni Settanta del Novecento come crisi di legittimità. Analisi speculari a quelle provenienti da destra sull'eccesso di democrazia, di surplus della domanda allo stato di soddisfare bisogni sociali che caratterizzava il capitalismo che imbrigliavano in una rete asfissiante l'attività economica. Il conflitto di classe e sociale, veniva infatti sostenuto dai figliocci di Friedrich Von Hayek e Milton Friedman, ma anche dagli ultimi esponenti della teorica critica di Francoforte, creava le condizioni di un superamento del capitalismo. Streeck è invece convinto che il welfare state, e il soggiacente compromesso tra capitale e lavoro, ne garantivano la stabilità. Quello che è invece emerso meno negli anni Settanta è il tentativo da parte del capitale di rompere unilateralmente quel compromesso, al fine di rilanciare i profitti e trovare un'altra via d'uscita da quella crisi del regime di accumulazione che era sempre in agguato. Il capitale si fa «soggetto politico» per intervenire direttamente nella modifica degli assetti legislativi che impedivano la riproduzione allargata dei suoi assetti produttivi.
Il capitale, attingendo nel lessico marxiano, non usa però lo stato come un suo «comitato d'affari», ma lo occupa con i suoi esponenti. Il tanto decantato conflitto di interessi che viene agitato in quasi tutti i paesi europei e negli stati uniti altro non è che il continuo passaggio, come ha acutamente scritto Luciano Gallino nel suo Finanzcapitalismo (Einaudi), dalle poltrone dei consigli di amministrazione agli scranni del parlamento o nelle sedie vellutate di qualche ministero. È attraverso questa diretta «scesa in campo» del capitale nella sfera politica che vengono approvate leggi che deregolamentano il mercato del lavoro, liberalizzano la circolazione dei capitali e riduzione del prelievo fiscale per i «ricchi». Dalla fine degli anni Settanta ad oggi assistiamo alla trasformazione dello stato fiscale in stato debitore. La logica che presiedeva il prelievo fiscale - chi più guadagna, più e tassato - è sostituita da una logica che chi più guadagna, meno deve essere tassato: il prelievo si concentra quindi sul lavoro dipendente e sul lavoro autonomo con redditi medio-bassi. Allo stesso tempo, lo stato per garantire livelli minimi di welfare state si indebita sempre di più con i propri cittadini (la vendita delle obbligazioni: gli italici Bot e Cct, ad esempio) e con banche e imprese finanziarie transnazionali, che impongono, quest'ultime, vincoli rigidissimi che limitano i diritti del lavoro vivo, la precarietà come modello delle relazioni contrattuali, individuando nel mercato l'agente «ottimale» per la soddisfazione dei bisogni sociali come la sanità, la pensione, la formazione. La controrivoluzione neoliberista si manifesta così: tasse al minimo per il capitale e prelievo coatto sul lavoro dipendente.
La sua analisi del conflitto tra il «popolo dello stato» e il «popolo del mercato» è la formula usata per spiegare il consenso al neoliberismo. Il popolo del mercato - le imprese e i singoli cittadini che investono in borsa, che comprano sul mercato globale le obbligazioni vendute dagli Stati nazionali - è decisamente favorevole alle misure neoliberiste che il Fondo Monetario Mondiale impone agli stati nazionali, perché così può guadagnare sulle obbligazioni. Ed è anche favorevole alle misure che radicalizzano le privatizzazioni e la precarietà. È una realtà sociale interclassista, composta tuttavia anche da molte persone che fanno parte del «popolo dello stato», che è invece spesso contrario al neoliberismo. È in questa tensione tra difesa della costituzione materiale del welfare state e il regime di accumulazione neoliberista che Streeck legge il processo di costituzione dell'Unione europea.
L'autore non ha remore nell'esporre il suo giudizio negativo sull'Unione europea, forma politica liquidata come imperiale. Usa parole inequivocabili contro la sua vocazione tecnocratica e postdemocratica. Sono le pagine in cui Streeck dismette gli abiti dell'economista, che inanella grafici su grafici per illustrare il fallimento del neoliberismo per indossare quelli dell'intellettuale specifico che invita la piazza a far saltare i piani di un'uscita neoliberista alla crisi del neoliberismo. Le large intese, la grosse koalition, il governo dei tecnici sono le forma di governo che Bruxelles auspica per tutti i paesi che hanno manifestato resistenze al fiscal compact, al pareggio di bilancio e alla politiche neoliberiste. Rispetto all'istaurazione di questo forme politiche postdemocratiche, l'unica risposta ragionevole è la rivolta. Non l'indignazione, sentimento ambivalente che Streeck mostra a ragione di non apprezzare, ma proprio la rivolta. Quelle consumata nelle strade di Atene, oppure in quella occupazione degli spazi pubblici che si è avuta a Madrid o a Zuccotti park.
Quello che convince meno della sua analisi è una certa nostalgia della sovranità nazionale. La critica al neoliberismo e l'azione politica conseguente non può che avere come spazio proprio quello spazio continentale in cui sta prendendo forma la sovranità imperiale denunciata da Streeck. In altri termini, si può costruire l'Europa solo a partire dalla sconfitta dell'Unione europea. L'altro aspetto che nel libro è assente è l'analisi di quel connubio che si è istaurato tra economia «reale» e finanza, la vera governance che si è affermata nel capitalismo. La finanza non è solo la rivincita del rentiers denunciata da Streeck, bensì un sofisticato dispositivo che garantisce il regime di accumulazione capitalistico, dove produzione e finanza sono quella totalità a cui applicare la critica dell'economia politica. Ma questo non è forse compito di un ecomista, ma di quella prassi teorica che può nascere solo in quelle rivolte da Streeck stesso invocate.
 

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